La Brigata Sassari

“Su biancu est s’amori pro sa fide. Su ruju est s’amore pro sa Patria”

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La storia della Brigata Sassari

 

Viene costituita ai primi del 1915 a Tempio Sinnai, il comando brigata e il 152° reggimento dal deposito del 45° fanteria (Ozieri S.), il 151° dal deposito del 46° fanteria (Ozieri C.).

Il 24 luglio reparti della brigata passano l’Isonzo, iniziando quella lunga marcia sulla strada del sacrificio e della gloria che farà guadagnare due Medaglie d’Oro al Valor Militare ai reggimenti della “Sassari”. Tra la prima e la seconda guerra mondiale la brigata cambia più volte fisionomia, seguendo i mutamenti ordinativi voluti dalle nuove dottrine.

Nel 1926 assume la denominazione di XII Brigata di Fanteria e inquadra, oltre al 151° e al 152°, anche il 12° Fanteria della disciolta Brigata “Casale”. Successivamente la XII Brigata ed il 23° (già 34°) artiglieria da campagna entrano a far parte della Divisione di Fanteria del Timavo (12ª). Nel 1939, in relazione al nuovo programma di trasformazione dell’Esercito, si ricostituisce la Divisione di Fanteria “Sassari” (12ª), ordinata sui due reggimenti della vecchia brigata e sul 34° artiglieria.

Nel 1941 alla divisione viene assegnata la 73ª Legione CC NN nell’ambito dei provvedimenti organici che vedono i battaglioni CC NN alle dipendenze dei reggimenti di fanteria.

La “Sassari”, allo scoppio del conflitto con la Jugoslavia, opera prima alla frontiera orientale (il 151° e il 152° sono sempre stati dislocati nella Venezia Giulia), e poi nelle logoranti azioni di rastrellamenti, guerriglie e conflitti civili in Slovenia, Croazia e Dalmazia.

Rientrata in Italia nell’aprile 1943, viene dislocata nel Lazio e impiegata principalmente per la difesa della città di Roma, ove si scioglie il 10 settembre 1943, dopo aver partecipato ai due giorni di lotta, successivi all’armistizio, contro i tedeschi per la difesa della Capitale.

 

Carso, 1915.

Un veterano ed una recluta della “Sassari”

 

La Sassari e la grande guerra

 

1915-1918. 1596 caduti, 8745 feriti e 2035 dispersi tra soldati; 138 morti, 359 feriti e 50 dispersi tra gli ufficiali.

Questo scarno e tragico bilancio riassume i quattro anni di guerra della Brigata “Sassari”.

Dal 25 luglio 1915 a Vittorio Veneto, la Brigata sta in trincea 17 mesi e 7 giorni (e 24 mesi e 6 giorni nelle retrovie).

Nel corso della campagna, la “Brigata dei Sardi”, otterrà due medaglie d’oro alla bandiera di ciascuno dei due reggimenti, il 151° e il 152°, cinque citazioni sul bollettino di guerra, 9 medaglie d’oro e 405 medaglie d’argento individuali (i dati sono tratti dal volume di Erminio Sau “Album dei decorati della Brigata Sassari”).

Ogni tappa nei diversi teatri della guerra è segnata dal duro responso delle cifre: i “monumenti ai caduti” nella piazza dei diversi paesi sardi le traducono in nomi e cognomi.

Sul Carso, a Bosco Cappuccio e Sella di San Martino (luglio-agosto 1915), 13 morti e 54 feriti tra gli ufficiali, 374 morti, 1902 feriti e 77 dispersi nella truppa; alle Frasche, ai Razzi e a San Michele (dicembre 1915), 18 morti e 50 feriti tra gli ufficiali, 191 morti, 1325 feriti e 128 dispersi tra soldati.

Sull’Altopiano di Asiago (giugno-settembre 1916), 106 feriti e 4 dispersi tra gli ufficiali, 486 morti, 2317 feriti e 158 dispersi nella truppa; a Monte Zebio (giugno-luglio 1917), 8 morti, 31 feriti e 7 dispersi tra gli ufficiali, 99 morti, 832 feriti e 127 dispersi tra i soldati.

Nella “battaglia dei Tre Monti”, a Col del Rosso, Val Bella e Col d’Echele (28-31 gennaio 1918), 12 morti e 43 feriti tra gli ufficiali, 147 morti, 690 feriti e 64 dispersi tra i solfati.

Nella decisiva battaglia del Piave, a Losson, Fossalta, Capodargine (giugno-luglio 1918), 11 ufficiali morti, 31 feriti e 10 dispersi; 88 soldati morti, 512 feriti e 1478 dispersi.

Per la Bainsizza mancano dati ufficiali altrettanto esaurienti: ma si sa che nella sola giornata del 31 agosto 1917 le perdite ammontarono a circa 400 tra morti e feriti, in gran parte appartenenti al 151°Reggimento, e il 15 settembre a circa 100 tra morti e feriti, soprattutto del 152°.

Nasce da qui, da questi “numeri”, quel “mito della Brigata” che, formatosi sin dal primo anno di guerra, dopo le eroiche giornate delle Frasche e dei Razzi, si consolida e si perpetua nella coscienza dei combattenti per divenire nel dopoguerra parte integrante della memoria collettiva di un’intera generazione, anzi di tutta la Sardegna. Il primo, solenne riconoscimento, del resto, viene già dopo cinque soli mesi di guerra, dallo stesso Bollettino del Comando Supremo, immediatamente dopo la conquista delle Frasche e dei Razzi, le imprendibili trincee austriache sul Carso:

 

“Gli intrepidi Sardi della brigata “Sassari” – diceva questo testo, destinato a divenire celebre – resistettero al fuoco  saldamente sulle conquistate posizioni e con ammirevole slancio espugnarono altro vicino e importante trinceramento”.

 

E’ questa la prima volta nella storia dell’esercito italiano che gli Alti Comandi citano “per nome e cognome”, nel bollettino, una singola brigata. Ma soprattutto, è assolutamente nuovo, per la cultura militare dello Stato liberale, l’insistito accenno alla sua composizione regionale: quel “intrepidi sardi” segna in realtà l’inizio del legame tra la Sardegna e la “sua” brigata. Di lì a poco (3 dicembre 1915) in seguito ad una disposizione del Comando Supremo, il Comando della Terza Armata imporrà che tutti i militari “sardi” siano trasferiti al 151° e al 152° Reggimento, perché la brigata “conservi la sua caratteristica eccezionale”.

I due reggimenti erano stati formati quasi alla vigilia della guerra (gennaio-febbraio 1915): il 151° a Sinnai, il 152° a Tempio Pausania. Nel primo erano stati inquadrati soprattutto militari provenienti dalla provincia di Cagliari e nel secondo quelli del “Capo di Sopra” (in cui era compresa anche l’attuale provincia di Nuoro). In aprile i due reggimenti erano partiti per il periodo di addestramento, prima nella zona di Napoli e poi a Calcinato. Il 20 luglio, insieme con le bandiere di guerra, era arrivato l’ordine di partire per il fronte e la brigata si era trasferita a Santa Maria La Longa. Il 24 aveva raggiunto Romans e nella notte del 25 era arrivata a Sdraussina, sulla sinistra dell’Isonzo. Iniziava così la guerra della “Sassari”: il 25 luglio i fanti erano già impegnati nell’operazione numero 11, la conquista di Bosco Cappuccio.

Il documento fondamentale per ricostruire la partecipazione della brigata alla guerra è costituito dai Diari storici della brigata e dei due reggimenti, oggi conservati negli archivi dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito: una fonte straordinaria, un’agenda delle operazioni giornaliere, sottoscritta rispettivamente dal comandante di brigata e dai comandanti dei due reggimenti. Salvo che per qualche lacuna (mancano in particolare i mesi della Bainsizza e i giorni di Caporetto). I Diari consentono di ricostruire giorno per giorno, spesso ora per ora, gli spostamenti, le azioni di guerra, gli avvicendamenti nei comandi, le perdite subite e in alcuni casi anche quelle inflitte al nemico, il morale delle truppe, le condizioni ambientali, perfino quelle atmosferiche e meteorologiche: in breve, la vita quotidiana dei due reggimenti. A questo documento vanno ad aggiungersi i cosiddetti Allegati: circolari, fogli d’ordine dei Comandi Superiori, rapporti dei battaglioni ai comandi di reggimento, appunti spesso scritti a matita, schizzi topografici tracciati rapidamente sul campo di combattimento.

È un materiale vastissimo, in larga parte, sconosciuto, sul quale è possibile ricostrui­re aspetti spesso ignoti della vita di trincea e delle operazioni militari, Attraverso i Dia­ri e gli Allegati, la guerra della brigata rivi­ve con eccezionale concretezza;

“Come era stato predisposto nella sera precedente, la mattina alle ore 6 fu inizia­to l’assalto alla trincea dei Razzi; il nemico venne sorpreso nel sonno; solo pochi op­posero resistenza e furono uccisi; gli altri fu­rono fatti prigionieri (278 militari, di cui 11 ufficiali). Vennero inoltre conquistate due mitragliatrici, molte armi e munizioni ed un apparato telefonico.”

Il Diario del 152° Reggimento del 14 no­vembre 1915 registra così, con queste righe scarne, l’impresa dei Razzi, il grande trinceramento austriaco contro cui si erano in­franti i disperati attacchi di altre formazio­ni. Gli assalti della brigata durano tre gior­ni continui: lunghe e snervanti attese nelle trincee, decine di sanguinosi tentativi, azion­i temerarie per aprire varchi nei reticolati nemici con “posa di gelatina esplosiva”, l’ultimo balzo all'arma bianca.

Questa guerra di trincea ha fasi sempre uguali: l’attesa, l’intenso fuoco di preparazione dell’artiglieria, il fuoco dei “cecchini”, l’uscita notturna dei “posatubi” e dei “guastatori”, l’assalto in massa alla baionetta, ad ondate umane, nel tentativo di irrompere tra le file austriache attraverso gli esigui squarci nel filo spinato.

L’unica variante sono le “spedizioni ardi­te”: le azioni di sorpresa che come ammette con sincerità un po’ brutale una circolare del Comando della XXVI Divisione nel luglio del 1916, servono “a mantenere nel perso­nale integro quello spirito offensivo che lo distingue”.

Di queste operazioni i Diari conservano la descrizione fedele: pochi uomini, squadre molto affiatate, capi capaci di farsi obbe­dire allo sguardo, agilità, destrezza, espe­rienza, freddezza, coraggio personale:

“All’ora prestabilita si è svolta la piccola operazione ardita – si legge in una rela­zione dell’aprile 1917 –. La pattuglia è uscita nel massimo silenzio e in buon ordine; i mi­litari, vestiti di bianche tenute nuove (per mi­metizzarsi sul terreno coperto di neve, NdA), si diressero decisamente verso la trincea ne­mica. Fermati dai reticolati costituiti da due ordini di tre cavalli di frisia, ciascuno lega­to con fili agli alberi, si appiattivano. La squadra centrale di irruzione procedette allora al taglio dei fili con le pinze di cui tutti i com­ponenti erano muniti. Aperto un varco e ol­trepassato il reticolato, si constatò che il po­sto avanzato era costituito da una trincea coperta unita da gallerie alla trincea principale. La pattuglia, non ritenendo prudente inoltrarsi nella trincea nemica, perché l’in­solita calma poteva far supporre un tranel­lo, pensò di asportarne gli scudi dalle feri­toie data la mancanza di altri materiali. Du­rante questa operazione fu udito un passo affrettato nella trincea e un fischio di allar­me, che fu subito seguito da fucilate e da bombe. Cessata in tal modo la sorpresa, rientrarono ordinatamente nella nostra linea alle 1,45. Non si ebbero perdite”.

Non sempre l’operazione si conclude così. Più spesso dà luogo a furiosi corpo a cor­po nei ristretti spazi della trincea presa d’as­salto, a sanguinosi assalti alla baionetta, a scontri anche col pugnale, come accade nell’azione notturna del 27 gennaio 1916:

“Appena sorta la luna, si inviò una pattu­glia a riconoscere se fosse aperto o non il varco. Essa riferì, e successivamente, a se­guito di nuova ricognizione, confermò che il varco era stato chiuso. Verso le tre e mez­za di nuovo posa di tubi effettuata col soli­to ardire dai volontari e sotto un fuoco con­tinuo di fucileria fu aperto un varco nel reti­colato in posizione pressappoco uguale a quella del precedente. Il reparto volontario penetrò liberamente attraverso il varco, all’estremità del quale trovò spazio che non consentiva alla truppa retrostante di sosta­re, per attendere gli altri, stendersi e quindi assaltare contemporaneamente. Detti uomi­ni arditamente si precipitarono allora sul ci­glio della trincea nemica, ove giunti furo­no segnalati dal “chi va là” di una vedetta, grido che provocò l’affluire immediato di cir­ca venti uomini più vicini e successivamen­te di altri più lontani. Un ufficiale con la ri­voltella, gli uomini di truppa con bombe a mano e a colpi di baionetta uccisero e fe­rirono non meno di dieci nemici".

In questo genere di azioni i soldati della brigata non hanno uguali. Sebbene il mo­dello di tattica militare sia lo stesso per tut­to l’esercito, in queste occasioni la “Sassa­ri” appare singolarmente più efficace di al­tre brigate. Essa può mettere a frutto le doti caratteristiche dei suoi uomini, la loro mag­giore capacità di muoversi agevolmente su un terreno impervio, la confidenza con una natura ostile, la decisione e la prontezza nel­l'uso della baionetta: “Non fu possibile la cattura di prigionieri dato l’improvviso afflui­re di forti gruppi nemici e forse – dice un rapporto del 151° nel gennaio 1916 – per l'istinto del sardo di baionettare anziché im­prigionare”. Frase sconcertante, che rivela molto di come i Comandi guardano alla “Sassari”. Ma anche una testimonianza pre­ziosa della “diversità” della “guerra dei sar­di”. Sarà forse per questo che i “sassarini” diventeranno subito per gli austriaci i “dia­voli rossi” (die roten Teufels), forse a causa delle loro mostrine bianco-rosse che, scolo­rendo sotto la pioggia, si tramutano in ros­se macchie indistinte; ma anche, più pro­babilmente, per l’irruenza dei loro assalti e per l’autentico terrore che spargono nelle trincee nemiche.

Dunque, il modo di combattere dei soldati della brigata era tutto “speciale”? E, a monte, ci fu un rapporto particolare tra gli uomini della “Sassari”, la loro “civiltà” regionale originaria e la guerra di trincea? L’interrogativo, suggerito dagli stessi articoli apparsi sulla stampa nazionale e sarda tra il 1915 e il 1918 (il mito del sardo "agilissimo e ardito” ma anche “belluino”, “animalesco”, “selvatico”), è largamente avvalorato dalla ricca memorialistica di guerra, nonché da quel deposito di memoria collettiva che – come si diceva – costituisce l’ineliminabile filtro ideologico attraverso il quale, soprattutto i sardi hanno sempre rivisitato l'esperienza della Brigata “Sassari”. Nel libro che proprio un valoroso ufficiale della “Sassari”, Leonardo Motzo, dedicherà nel 1930 a “Gli Intrepidi Sardi della Brigata Sassari” il nesso con le “doti naturali” di questi combattenti figli del mondo pastorale è posto in particolare evidenza; e nell’affresco che un altro ex ufficiale, Sardus Fontana, scriverà sulla vita al fronte della brigata (Battesimo di fuoco, 1934), i cenni alla “cultura autoctona” dei sardi in trincea costituiscono quasi un libro nel libro: a co­minciare per limitarci a un solo esempio dal cenno alla “guspínesa”, “il diabolico col­tello sardo” (che nel Capo di Sopra si chia­ma “sa pattadesa”), arma spesso decisiva nel corpo a corpo. (Del coltello come arma in più, “fuori ordinanza”, Emilio Lussu, il più amato degli ufficiali della “Sassari”, smen­tirà però categoricamente l'impiego cruento).

In realtà queste interpretazioni si colloca­no in gran parte nel quadro della cultura di matrice positivistica che già nel primo de­cennio del Novecento aveva guardato al mondo rurale meridionale, e al mondo sar­do in particolare, cercandovi quelle che Paolo Orano (uno degli esponenti più in vi­ sta di questa cultura) aveva definito “facol­tà e forme biologiche” specifiche, come “la forza, la resistenza, l'astutezza, la velocità.

Il mito del sardo come “soldato naturale” che fa parte di questa letteratura antropo­logica, si insinua forse inconsciamente non solo nella memorialistica e nella diaristica di guerra, ma nelle stesse pagine dei Diari, vergate al fronte da ufficiali, figli della borghesia italiana e sarda che quel clima culturale avevano spesso intensamente respirato.

Ma c'è un altro elemento che consente di parlare di specificità della “Sassari”: l’amalgama tra soldati e ufficiali, la straordi­naria “tenuta” del morale persino nei mesi più disperati della guerra. Tutte le fonti con­cordano nel testimoniare il clima di particolare solidarietà che caratterizza l’esperien­za anche umana della brigata.

Possediamo più di una testimonianza di­retta sullo specifico rapporto che, persino di fronte alle esasperanti rigidità gerarchiche dell'esercito di Cadorna e poi nella disgregazione di Caporetto, si instaura e si man­tiene tra gli ufficiali e i fanti che vivono fian­co a fianco quelle drammatiche giornate.

Il colonnello Cuoco, “dopo l'azione così in­fausta si è messo le mani tra i capelli e gridava: “vigliacchi mi hanno ammazzato il battaglione”. Come un padre cui sia stato fatto un grave torto ai propri figli” (così rac­conta in “Brigata Sassari. Note di guerra”, 1925, un altro degli uomini più noti della “Sassari”, Giuseppe Tommasi): è un episo­dio in qualche modo emblematico, perché rovescia il formalismo militare fondato sul­la separazione tra chi comanda e chi obbedisce, introducendo al suo posto un rap­porto assai più complesso, certamente non riducibile alla fredda misura dei regola­menti militari.

“È anche vero che la superiorità degli uf­ficiali non consiste per questi soldati nei galloni – scrive ancora Tommasi –, Credo anzi che i galloni i sardi non li conoscano”. La gerarchia è piuttosto quella naturale, mi­surata sul valore effettivo degli uomini, sostanziata del senso di responsabilità dei su­periori e della fiducia di chi obbedisce.

Giuseppe Tommasi, Sardus Fontana, Emilio Lussu, Francesco Dessì, Leonardo Motzo, Giuseppe Musinu rappresentano un modello di ufficiale strutturalmente molto di­stante da quello tipico dell’esercito cadorniano, sempre a contatto quotidiano con questo “popolo in divisa” (l'espressione è di Camillo Bellieni nel suo libretto su Emilio Lussu, una commossa rievocazione del 1974), costantemente capaci di comprenderne le sofferenze, le speranze, i bisogni.

Conoscere gli uomini, la loro psicologia, le loro potenzialità. È un tema che diverrà fondamentale per la cultura militare italiana solo dopo Caporetto, quando ci si accorgerà che proprio dalla rigidità di un rapporto gerarchico inteso come separazione tra classi è derivato in buona parte lo scollamento morale della ritirata, Eppure, ancora nel settembre del 1917, cioè pochi giorni prima di Caporetto, il colonnello Tallarigo, calabrese, comandante interinale della brigata, dice a un giornalista; “Tanto in Calabria quanto in Sardegna c’è un gran bisogno di giustizia. Se sospettano di una mancata giustizia, calabresi e sardi sono eguali nel soffrire, nel protesta­re, nel farsi da sé quello che non sperano più di ottenere dalle autorità, dall’organizzazione sociale dalla quale si sentono stret­ti. Perciò dobbiamo renderli certi che nes­suno si dimentica di loro; che chi fa bene è premiato e chi no è punito. Conoscendo i sardi, si può fare di loro quel che si vuole”.

Come si vede, il crinale che divide il rap­porto profondo di solidarietà tra ufficiali e soldati dalla brutale strumentalizzazione del fante sardo come inesauribile “macchi­na di guerra” è labilissimo. Ma senza ca­pire l’eccezionalità di questo rapporto non si arriverebbe a spiegare la resistenza della brigata anche nei momenti più tragici della guerra. È un punto ambiguo, perché è fa­cile indulgere al cliché retorico del soldato­ contadino dall'animo infantile pronto a mo­rire per il suo ufficiale (la memorialistica è piena, in proposito, di pagine rivelatrici; si pensi solo a quelle sul rapporto tra ufficiali e attendenti sardi, che costituiscono una sorta di “immaginetta” ricorrente). Però non si può negare che nella brigata la comune sopportazione dei disagi della trincea, la vicinanza “fisica” tra chi comanda e chi obbedisce, la percezione che gli ufficiali sulla linea del fuoco maturano di persona la consapevolezza delle assurdità che caratterizzano la gestione burocratica della guerra costituiscono le basi di una “comunione” probabilmente peculiare. Dobbiamo ad Emilio Lussu, nel suo famoso “Un anno sull’Altipiano”, l'analisi forse più convincente di questa straordinaria esperienza: il protagonista del suo romanzo-verità impersona, in definitiva, proprio l'itinerario compiuto da tanti ufficiali della “Sassari”, la progressiva scoperta delle atroci assurdità di una guerra nella quale (lo testimoniano più d’una volta gli stessi “Diari”) può accadere di morire in prima linea falciati dal tiro delle stesse artiglierie italiane per un errore balistico. Ma se rileggiamo un altro, meno noto libro sulla guerra della “Sassari”, “Fanterie Sarde all’ombra del Tricolore” dell'ex tenente della Brigata Alfredo Graziani (cioè un’opera nata in un clima tutt'affatto diverso da ­quello in cui fu scritto il romanzo lussiano: quest'ultimo pubblicato nel 1938 nell'esilio antifascista, l'altro invece edito a Sassari, in pieno regime, da un fascista convinto) la ver­sione di Lussu viene non solo confermata ma spesso arricchita di nuovi particolari “Il gran segreto della Sassari – scrive Gra­ziani – sta tutto nell'affiatamento tra ufficiali e soldati. Uno per tutti, tutti per uno”. (Ma di Graziani, singolare personaggio che, uffi­ciale di cavalleria, aveva ottenuto di com­battere nella “Sassari”, le note caratteristi­che del 1915 dicono: “È idolatrato dai suoi uomini”. firmato capitano Emilio Lussu). Gli stessi meccanismi della disciplina interna posano soprattutto sul consenso che nasce dal prestigio degli ufficiali, su questo loro rapporto “di fiducia” con i fanti. Non sor­prende che dopo Caporetto la disgrega­zione non investa la brigata con gli stessi ef­fetti devastanti che si verificano nel resto dell’esercito. Nel disastro generale – scriverà Aldo Andreoli nel suo “Milizia” (apparso nel 1919 sul settimanale bolognese “La Battaglia” e poi ripreso nel 1921 sotto forma di libro) – la brigata è compatta, non man­ca un uomo né un fucile”. E Tommasi: “Quan­do il battaglione Musinu del 152°, ultimo della brigata a passare il fiume, giunse a Susegana, e fu in vista del Piave, il forte comandante, pur sotto il fuoco delle mitraglia­trici nemiche già appostate in alcune case, fermò il suo reparto, lo rimise in ordine per quattro, e gli fece passare il ponte a passo cadenzato e col fucile a bilanci’arm”.

Un rapporto, questo tra ufficiali e soldati, mediato (proprio in ciò consiste forse la novità del modello rappresentato dalla Brigata “Sassari”) dalla comune appartenenza alla “terra sarda”. La forza vincolante del ri­ferimento alla Sardegna nelle file della “Sas­sari” costituisce la principale chiave di let­tura della psicologia del combattente. Da      questo richiamo alla “piccola nazione sarda” (per usare un'espressione di Camillo Bellieni) deriverà più tardi, nel dopoguerra, la grande stagione della coscienza autonomistica. Per ora, il tentativo di far perno sulla “razza” per potenziare il sardo come “macchina da guerra” si rovescia in un nuo­vo senso di solidarietà regionale; nasce in trincea la coscienza collettiva di un popo­lo che, proprio nel confronto con altre cul­ture regionali e con la cultura nazionale dell'esercito si fa portatore, riscopre la propria identità storica. Ha scritto l’antropologo Michelangelo Pira: “La grande guerra fu vissuta dalla Brigata “Sassari” come una guerra dell’etnia sarda in concorrenza con tutte le altre. Da una parte stavano i sardi de “su Forza Paris”: omogeneizzati per la prima volta da una parola d’ordine, da una divisa, da un rancio un fucile, un nemico, una provenienza e una koiné linguistica e forse (ma, appunto forse) un avvenire. Dall’altra parte stava non tanto l’impero austro-ungarico, quanto il cecchino bavarese”. Le tracce di questa “guerra dell'etnia” sono molte, non solo nella memorialistica (che potrebbe essere stata influenzata dai miti depositati nel dopoguerra) ma anche in documenti assai più diretti come le pagine dei “Diari”. Esemplare è il “duello” privato del soldato Pittorru, registrato fedelmente nel “Diario” del 151° reggimento alla data del 31 gennaio 1917: “Contro uno di questi posti di osservazione, situato sulla fronte del battaglione di de­stra, oggi il nemico ha rivolto i tiri di un suo cannoncino da 37, tentando di distruggerlo. La vedetta, soldato Pittorru Antonio della 10ª compagnia, appartenente al distretto di Sassari, è rimasta però ferma e calma al suo posto, e per quanto conscia del peri­colo al quale era sottoposta, iniziò col fuci­le un nutrito fuoco contro la vicina postazio­ne del cannoncino avversario, cercando di colpire i serventi del pezzo dal quale il suo osservatorio era stato preso di mira. Travol­to infine dai sacchetti che crollavano, il Pit­torru cadde nella trincea, ma risalì subito e non si mosse dal suo posto di vedetta sino a che non ebbe la soddisfazione di ve­dere il nemico cessare il suo fuoco”.

Giuseppe Tommasi aggiunge che Pittor­ru, proposto per una decorazione, chiede­rà in cambio, “timidamente”, di andare in licenza.

È l'uomo solo contro la tecnologia belli­ca, la sfida tra la potenza di fuoco del can­noncino austriaco e la maestria del tirato­re (Pittorru è di Oliena, e c’è da pensare che la sua precisione nel tiro non l'abbia impa­rata solo al fronte): in definitiva è la prova della “balentia”, cioè del coraggio individua­le dell'arditezza, dell'essere uomini veri.

Negli stessi termini, forse, si può rileggere quella che resta una delle pagine più ce­lebri della “guerra dei sardi”, l’episodio che varrà al caporale Raimondo Scintu di Guasila la medaglia d’oro e una tavola di Achille Beltrame sulla “Domenica del Corriere”. Achille Benedetti, inviato speciale del “Giornale d'Italia”, scrive il 20 settembre 1917:

“All’alba di ieri infuriava il contrattacco nemico sulla più bassa altura conquistata nella giornata precedente. Il maggiore non poteva cimentare ufficiali in una mortale esplorazione che gli era indispensabile. Il caporale si offrì: “Vado io”. Il maggiore era quasi convinto che il sardo andava a certa morte. Tuttavia accolse l’offerto e gli disse: “Procura di non farti massacrare e cerca dì catturare qualche prigioniero. Abbiamo bisogno di essere informati”. Il caporale si avvia. Passano otto minuti di angoscia, tra un continuo sibilar di proiettili. Da una roccia sbucano fuori cinque austriaci giovanissimi, biondi, dietro i quali il sardo saltella con occhi sfavillanti. “Sono andato solo e ne ho portato cinque”, dice al maggiore. “Se mi dà sette uomini, signor maggiore, ne porto cento”. La piccola schiera ridiscende il versante opposto della quota e si perde di vista. Dopo qualche minuto scoppiano fragori di fucilate, di bombe a mano, e di urli. Dalla cresta si vede precipitare una valanga di austriaci. Il caporale non c'è col gruppo. Ci sono i suoi compagni. Giunge poco dopo tutto sanguinante, con il torace nudo e un braccio fasciato alla meglio con un fazzoletto. Ve­de il gruppo dei prigionieri e con l'altro braccio illeso li indica al maggiore. Secon­do lui non ha fatto nulla di eccezionale. È stato svelto: ecco tutto! Si è gettato nel sol­co della trincea, d’improvviso, come un falco. I suoi compagni, “lavoravano” vicino a lui, seguendo il suo esempio. I nemici se li son visti capitare addosso, dall'alto, come un bolide”.

Ma attenzione: nei soldati della brigata stessa se non c'è un rifiuto della guerra non c'è neppure adesione alla retorica propa­gandistica dei Comandi.

II processo di presa di coscienza, la ma­turazione “civile” è graduale, sofferta, non priva di contraddizioni. La rabbia per gli inutili assalti ai fili spinati austriaci, per la morte assurda di tanti, per la disumanità di molti ordini traspare persino da docu­menti “neutri” come i Diari, dove troviamo sequenze di biglietti, scritti in fretta a matita sulla linea del fuoco, con messaggi disperati, incalzanti. Il documen­to forse più significativo è costituito dal con­citato dialogo a distanza del 15 agosto 1916 tra il comandante del 151° e il co­mando di brigata: dopo tre ore di fuoco incessante di artiglieria, non solo le posi­zioni nemiche sono indenni, ma “tiri d'arti­glieria nostra dalla destra sono corti e col­piscono il tratto di terreno che si deve per­correre per giungere alla trincea nemica”.

Quel caso non è il solo: "I tiri delle artiglierie delle bombarde – scrive il Comando del 152° nelle drammatiche giornate di Monte Zebio –2 si manifestarono subito molto corti. Offendevano così non solo le nostre truppe trovatesi riparate nei camminamenti di prima linea, ma anche quelle di rincalzo”. Ciò che emerge con maggiore evidenza da queste pagine dei Diari è soprattutto lo stridente contrasto tra le carenze della macchina bellica italiana e – al contrario – il generoso e il concreto eroismo dei fanti, costretti a rimediare con l’impeto dell’assalto alla baionetta a deficienze più generali.

Il problema fondamentale diventa così, nell’esperienza di guerra del soldato sardo, quello stesso impegno a far fronte alla sfida degli eventi, a “parare a sa fortuna”, con cui il pastore e il contadino si misura­no ogni giorno nel loro rapporto con la natura. Anche i sardi che “stavano a casa”, le madri, le sorelle, le figlie, i vecchi genitori, vissero con questi stessi sentimenti i fatti in cui erano coinvolti i loro cari lontani.

Il largo moto rivendicazionista che at­traversò l’isola negli anni subito dopo la fine della guerra fu il risultato di questa nuova coscienza di popolo che era ma­turata nella dura esperienza delle trincee e nell'angoscia dell'attesa di “quelli di casa”.

Così dai frutti avvelenati della guerra un'intera generazione seppe estrarre i succhi vitali di un progetto nuovo, alto e civile per il futuro della propria terra.


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